La recente riforma ha spostato la disciplina della cooptazione. Ma il vero insegnamento arriva dalla pratica: ogni revisione dello statuto può essere l'occasione per verificare se le regole di governance siano ancora adatte alla società.

Qualche settimana fa dovevamo sostituire un componente del consiglio di amministrazione di una società all'interno di una strategia riorganizzativa più ampia.

La strada sembrava già tracciata: convocare l'assemblea e procedere con la nomina del nuovo amministratore.

Prima di predisporre gli atti, però, abbiamo fatto quello che conviene sempre fare quando si interviene sulla governance di una società: siamo tornati a leggere lo statuto.

È stata una lettura veloce, quasi di controllo. Eppure è bastata per cambiare l'impostazione dell'operazione.

Lo statuto prevedeva che il consiglio fosse composto da un numero dispari di amministratori e, in caso di cessazione di uno di essi, rinviava alla disciplina della cooptazione, richiamando il vecchio art. 2386 c.c.

A quel punto la convocazione dell'assemblea non era più l'unica strada.

La soluzione più lineare era procedere con la cooptazione, mantenendo il consiglio pienamente operativo e rimettendo poi la nomina definitiva all'assemblea nei termini previsti dalla legge.

C'era però un particolare che rendeva la questione meno banale.

Dal 29 aprile 2026 il d.lgs. 47/2026 ha riscritto la disciplina dei sistemi di amministrazione e controllo delle società per azioni. Tra le modifiche più evidenti vi è stata anche l'abrogazione dell'art. 2386 c.c., che per anni ha rappresentato il riferimento naturale per la cooptazione degli amministratori. Come avevamo già segnalato in un precedente articolo, la disciplina non è stata eliminata, ma ricollocata nella nuova sistematica del codice civile.

Nel caso concreto, quindi, la clausola statutaria continuava a svolgere la propria funzione.

Il fascicolo si è chiuso senza particolari difficoltà.

La riflessione, invece, è rimasta aperta.

La cooptazione è solo il punto di partenza

L'episodio mi ha fatto pensare a quante volte gli statuti vengano riaperti soltanto quando una modifica normativa costringe ad aggiornarli.

È comprensibile.

Quando cambia il codice civile, la prima preoccupazione è verificare se i richiami contenuti nello statuto siano ancora corretti.

Ma fermarsi a questo significa perdere un'occasione.

Lo statuto non serve soltanto a recepire le modifiche legislative.

Serve soprattutto a stabilire come la società continuerà a funzionare quando le cose non seguiranno più il corso ordinario.

Le dimissioni di un amministratore sono uno di quei momenti.

Ma potrebbero esserlo anche un conflitto tra soci, una fase di crescita, l'ingresso di un investitore, un passaggio generazionale o una situazione di crisi.

È allora che le clausole statutarie smettono di essere semplici formule e diventano strumenti di governo dell'impresa.

Cooptazione o simul stabunt simul cadent?

La scelta tra mantenere la continuità del consiglio attraverso la cooptazione oppure prevedere una clausola simul stabunt simul cadent non è una questione di stile redazionale.

Sono due modi diversi di concepire la governance.

Nel primo caso si privilegia la continuità dell'organo amministrativo, consentendo al consiglio di sostituire il componente cessato e di continuare a operare senza interruzioni.

Nel secondo si sceglie una logica diversa: il venir meno di uno o più amministratori determina la cessazione dell'intero consiglio, rimettendo ai soci il rinnovo complessivo dell'organo.

Nessuna delle due soluzioni è, in assoluto, migliore dell'altra.

Dipende dalla struttura della società, dalla composizione della compagine sociale, dal grado di stabilità dei rapporti tra i soci e dagli obiettivi che si vogliono perseguire.

Il punto è che questa scelta dovrebbe essere il risultato di una valutazione consapevole.

Non la conseguenza di uno statuto che nessuno legge da molti anni.

I dettagli che fanno la differenza

Lo stesso vale per molte altre clausole.

Durante una revisione statutaria l'attenzione si concentra spesso sui grandi temi: oggetto sociale, categorie di quote o azioni, trasferimento delle partecipazioni, quorum deliberativi.

Eppure, nella pratica, sono spesso i dettagli a incidere sul funzionamento della società.

È preferibile prevedere sempre un consiglio composto da un numero dispari di amministratori oppure disciplinare espressamente il caso di parità attribuendo il voto prevalente al presidente?

Conviene mantenere la cooptazione o preferire il rinnovo integrale del consiglio?

Le maggioranze previste sono ancora coerenti con l'attuale assetto proprietario?

Le deleghe e i poteri degli amministratori riflettono davvero l'organizzazione della società?

Sono domande che raramente emergono quando tutto procede regolarmente.

Diventano invece decisive quando la società attraversa un momento di cambiamento.

L'aggiornamento degli statuti non dovrebbe essere solo formale

Le modifiche introdotte dal d.lgs. 47/2026 stanno inducendo molti professionisti e molte imprese a rileggere gli statuti per aggiornare i riferimenti normativi.

È un'attività opportuna.

Ma sarebbe un peccato limitarsi a sostituire il numero di qualche articolo del codice civile.

Ogni revisione può diventare l'occasione per verificare se le regole di funzionamento della società siano ancora coerenti con la realtà dell'impresa.

Negli ultimi anni molte aziende sono cresciute, hanno modificato la propria organizzazione, hanno accolto nuovi soci o nuovi amministratori, hanno ridefinito deleghe e responsabilità.

Non è detto che lo statuto sia cresciuto insieme a loro.

Una buona occasione per fare un "tagliando" alla governance

Nei giorni successivi a quel fascicolo mi sono reso conto che la parte più interessante della vicenda non era la cooptazione.

Era il fatto che una semplice lettura dello statuto aveva cambiato il percorso da seguire.

È probabilmente questo l'insegnamento più utile.

Se state aggiornando lo statuto per adeguarlo alla nuova numerazione del codice civile, forse vale la pena fare un passo in più.

Non limitarsi ai rinvii normativi, ma verificare se alcune scelte di governance siano ancora quelle più adatte alla società.

Perché decidere oggi se mantenere la cooptazione, prevedere una clausola simul stabunt simul cadent, disciplinare le situazioni di parità nel consiglio di amministrazione o rivedere altre regole apparentemente secondarie può evitare domani incertezze, stalli decisionali o conflitti.

Sono dettagli solo finché non servono.

E quando servono, spesso fanno la differenza.