Cancellazione della società: rischi per amministratori, liquidatori e soci | RasileLex
La cancellazione dal Registro delle imprese estingue la società, ma non necessariamente i problemi che la precedono. Quando l’attivo non basta a pagare tutti i debiti, la fase finale va pianificata con particolare attenzione.
Quando si decide di chiudere una società, l’obiettivo sembra chiaro: cessare l’attività, completare la liquidazione e arrivare alla cancellazione dal Registro delle imprese.
Ma la cancellazione è solo l’ultimo passaggio.
Prima occorre capire in quali condizioni la società ci sta arrivando e, soprattutto, che cosa resterà aperto una volta che non esisterà più.
Il tema diventa particolarmente delicato quando l’attivo disponibile potrebbe non essere sufficiente a soddisfare tutti i creditori.
In questi casi cancellare la società non significa cancellare i debiti, né rendere irrilevante ciò che è accaduto durante la gestione e la liquidazione.
* Prima della cancellazione bisogna guardare ciò che resta
Una liquidazione lineare è facile da immaginare.
Si incassano i crediti, si realizza l’attivo, si pagano i debiti, si distribuisce l’eventuale residuo ai soci e si chiude la società.
Non sempre accade così.
Possono restare creditori non soddisfatti, contenziosi, garanzie, crediti ancora incerti, beni da sistemare o passività il cui importo non è ancora definitivamente determinato.
La cancellazione estingue la società, ma non comporta necessariamente il venir meno di tutti i rapporti che facevano capo ad essa.
Per questo il vero problema non è soltanto stabilire se sia possibile arrivare alla cancellazione.
È capire quali conseguenze produrrà quella scelta sulle posizioni ancora aperte.
* Amministratori, liquidatori e soci non sono nella stessa posizione
Parlare genericamente di “responsabilità dopo la cancellazione” rischia di confondere situazioni diverse.
Per gli amministratori, la cessazione della società non elimina eventuali responsabilità maturate durante la gestione societaria. Conta quindi anche il percorso che ha portato alla liquidazione: la situazione patrimoniale della società, le decisioni adottate, le operazioni compiute nella fase finale dell’attività.
Per il liquidatore, l’attenzione si concentra invece su come è stata condotta la liquidazione. Se vi sono creditori, risorse limitate e somme o beni da destinare ai soci, le scelte compiute assumono un peso particolare. In presenza dei relativi presupposti, il liquidatore può rispondere quando il mancato pagamento dei creditori dipenda da una sua condotta colposa.
Anche i soci possono restare coinvolti. I creditori sociali, infatti, possono in determinate condizioni far valere le proprie ragioni anche dopo l’estinzione della società, con limiti che dipendono dal tipo di società, dalla posizione del socio e da quanto avvenuto nella liquidazione.
La cancellazione, quindi, non crea una responsabilità indistinta di tutti.
Ma nemmeno rappresenta uno schermo capace di rendere irrilevanti le posizioni precedenti.
* Quando l’attivo non basta, la liquidazione cambia natura
È probabilmente questo il punto più importante.
Se il patrimonio consente di soddisfare tutti i debiti, il percorso verso la chiusura è relativamente ordinato. Se invece le risorse non bastano, bisogna fermarsi prima.
Occorre ricostruire con precisione l’attivo disponibile, i debiti esistenti, le prelazioni, le garanzie, le controversie e le eventuali somme che si pensa di attribuire ai soci.
Perché in quella situazione non tutte le decisioni hanno lo stesso peso.
Pagare un creditore, lasciare aperta una posizione, distribuire un bene ai soci o rinunciare a coltivare un credito sono scelte che possono produrre conseguenze anche dopo la cancellazione.
E soprattutto l’insufficienza dell’attivo non viene risolta cancellando la società.
* Le distribuzioni ai soci richiedono particolare cautela
Il tema è evidente quando, durante la liquidazione, si ipotizza di distribuire somme o beni ai soci mentre esistono ancora passività o posizioni non definitivamente quantificate.
In una situazione del genere la distribuzione non è un semplice passaggio conclusivo.
Va letta insieme al quadro complessivo dei creditori e delle risorse disponibili.
Per il socio questo significa anche sapere che ricevere beni o somme dalla liquidazione può assumere rilievo nelle eventuali pretese che dovessero emergere successivamente.
Il punto non è evitare ogni distribuzione.
È capire se, in quel momento e con quel passivo ancora esistente, sia davvero corretto procedervi.
* Anche la scelta della liquidazione va fatta nel momento giusto
La questione, in realtà, inizia ancora prima della cancellazione.
Quando l’impresa ha cessato l’attività o non ha più prospettive di prosecuzione, amministratori e soci devono capire quale sia il percorso corretto per arrivare alla chiusura.
Se la società dispone di risorse sufficienti, la liquidazione ordinaria può essere la strada naturale.
Se invece il patrimonio è insufficiente e la situazione finanziaria è già fortemente compromessa, il problema non può essere ridotto alla sola gestione della pratica di cancellazione.
Occorre prima comprendere il quadro e verificare se la liquidazione ordinaria sia ancora lo strumento coerente con la situazione oppure se entrino in gioco valutazioni diverse, anche alla luce della disciplina della crisi e dell’insolvenza.
* La cancellazione va pianificata prima, non gestita alla fine
Arrivare alla cancellazione dovrebbe essere la conseguenza di un percorso già letto correttamente.
Prima di chiudere una società occorre sapere quali rapporti sono stati definiti, quali debiti resteranno eventualmente insoddisfatti, quali attività non sono ancora state realizzate e quali effetti potrebbero ricadere su amministratori, liquidatori e soci.
Soprattutto quando l’attivo non basta per tutti, la domanda non dovrebbe essere soltanto: “possiamo cancellare la società?”
La domanda utile è un’altra: “che cosa succederà dopo, se la cancelliamo in queste condizioni?”
Perché la cancellazione può chiudere la società.
Non necessariamente tutto ciò che la società lascia dietro di sé.